Giordano Consolini, coach della promozione Virtus nel 2005, è stato intervistato da Angelo Costa sul Resto del Carlino.
Ecco un estratto delle sue parole:

Sulle differenze tra quella stagione e questa. Allora la tensione cominciò subito: c’era aspettativa, c’era soprattutto la sensazione che una mancata promozione avrebbe avuto ripercussioni sul futuro del club. Quest’anno la tensione è arrivata dopo: la stagione era partita con tranquillità, poi staff e squadra sono andati oltre le aspettative e si è alzata la pressione.

Premessa: vincere da assistente non è facile come farlo da capo-allenatore. In più venivo dall’esperienza di Reggio Emilia, ero vaccinato insomma. Non fu facile: l’infortunio di Parente, che nello spogliatoio aveva un peso, i guai di Brewer e Davison, Capo D’Orlando che centrò la promozione diretta con una squadra costruita con ciò che era rimasto sul mercato. Mi concentrai sul lavoro e alla fine andò tutto bene.

Un flash. Il tiro di Childress che non entra e io che corro urlando nello spogliatoio: gioia incredibile, oltre che una liberazione.
Perchè liberazione? Non ero un coach di lunga esperienza, poi guidavo la Virtus che è casa mia e un fallimento mi avrebbe pesato tanto.

Sul successivo ritorno al settore giovanile. Non è stata una scelta improvvisa, ma un’idea che mi sono portato dentro per tutta la stagione. Ho avuto la fortuna di vivere esperienze indimenticabili con persone straordinarie, ma la mia indole mi spinge verso il lavoro che amo di più, allenare i giovani.

Sul fatto che la Virtus sia partita coi giovani per finire coi veterani. Delusione? Assolutamente no. L’obiettivo dichiarato era salire in 2-3 anni e verificare il valore di alcuni ragazzi del vivaio: così è stato. Poi, staff e giocatori sono stati talmente bravi da accelelare il percorso: si è scelta gente più esperta e affidabile perchè i giovani ancora non possono esserlo, non per bocciarli. Sarebbe stato sciocco non cogliere l’occasione che si è creata.

Su un possibile parallelo tra Mario Boni e Stefano Gentile. Posso parlare per la mia esperienza. Mario fu un’occasione, colta anche per impedire che andasse a una concorrente. Portava con sè la fama di giocatore non facile: con noi è stato perfetto. Non solo per il campo per il coraggio che ha trasmesso ai compagni, ma pure fuori.

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