Il coach della Fortitudo Matteo Boniciolli è stato intervistato – in Sala Borsa – da Alessandra Giardini per Stadio.
Ecco un estratto della sua lunga intervista:

Sembra incredibile, sarò passato qui davanti mille molte, ma non ero mai entrato.
La prima volta sono venuto qui per il basket, allenavo le giovanili, l’impatto fu subito positivo. Di Bologna mi parlavano già da tempo, magnificandola, due amici: Andrea Zuliani, uno di Sequals che era venuto a Trieste dopo il terremoto per studiare, era il mio compagno di banco al Petrarca, oggi fa il magistrato; l’altro era Gianni Cuperlo, che a Bologna aveva fatto il Dams e qui aveva mosso i primi passi in politica.

Domenica saranno due anni dal suo ritorno alla Fortitudo. «La parola progetto non mi piace, figuriamoci, noi italiani siamo gente che non è in grado di progettare niente. Quando ho accettato di tornare alla Fortitudo è perché c’era un’idea, quella di creare un’identità che mancava. Un’idea che mi ha affascinato, proiettata nel medio periodo. Ai miei dirigenti ho detto: nessun allenatore al mondo può garantirvi risultati immediati, però quest’idea io sono disposto a seguirla: mi sono messo in gioco, rischiando tanto, se avessi fallito in quarta serie… Però aveva un senso, c’era una prospettiva. E poi c’era Bologna, ormai mi sento più a casa qui che a Trieste».

Addirittura. «Trieste è una città splendida dove tornare. Non è fatta per chi apprezza il dinamismo, una certa energia. Con mia moglie stiamo valutando di trasferirci qua perché abbiamo la percezione che per i figli Bologna offra aperture superiori. Pietro sta per fare la maturità, potrebbe cominciare l’università qui. Ha già fatto a Bologna due anni di asilo, pubblico eh. Abitavamo in via Siepelun-ga, in quegli anni Virtus e Fortitudo mettevano a disposizione case strepitose. Un giorno mi accorsi che mio figlio parlava in bolognese, anni dopo li scoprii parlare in dialetto teramano. Dopo l’ennesimo trasferimento il grande disse alla mamma: io vorrei avere degli amici. Da allora sono tornati a Trieste e non li abbiamo più spostati. E’ merito di mia moglie se sono venuti su sereni ed equilibrati. Anch’io ho fatto i miei sacrifici. Quando ero in Kazakistan sono stato a casa dieci giorni in dieci mesi, una volta mi feci quattordici ore di aereo per stare a casa mezza giornata. Vivo praticamente solo da dieci anni, mi ha salvato skype».

Nascere e crescere a Trieste sembra un vantaggio per capire dove va il mondo. «Trieste è bella ma lontana. Ho sempre pensato che l’Italia che conta cominci a Venezia, noi lassù siamo isolati. A Trieste siamo sul confine, ma non è che siamo poi tanto diversi. Sì, hai maggiore abitudine al rapporto con l’altro ma esiste anche la conflittualità. Ho fatto il classico al Petrarca di Trieste, quarantanni fa, mi ricordo un professore che già allora ci disse – parlando dell’Africa – che se da lì a trenta, quarant’anni le grandi potenze non avessero risolto il problema della povertà prima o poi ci saremmo trovati di fronte a una quantità enorme di persone che sarebbero venute qua. Se quello che spendiamo adesso per metterci una pezza lo avessimo investito prima, il problema avrebbe potuto ridimensionarsi. Il momento non è semplice, con Trump che parla di protezione dei confini e papa Francesco che si raccomanda di costruire ponti, non muri».

Ci siamo dimenticati di quando andavamo a cercare lavoro in giro per il mondo? «Ci siamo dimenticati, sì. La cosa che mi manca di più è una visione del futuro di largo respiro, un’idealità. Non è un caso che in Italia ci si sia sempre rivolti a personaggi come Craxi, Berlusconi, Renzi, che si pensava che da soli potessero risolvere i problemi».

Robert Redford ha detto che si sente in lutto per il suo Paese. «Ecco, sì. Mi ricordo quello che diceva Giorgio Gaber, che la bruttezza è psicosomatica. Prendete Trump: è orrendo per come si presenta e per quello che dice. Pensiamo alla destra contemporanea. Marciano per i valori della famiglia e hanno minimo due-tre mogli, sono i primi ad averla tradita. Forse ha ragione quel mio amico che dice che credono tanto nella famiglia da volerne più d’una».

Dove stiamo andando? «Fenomeni come Farage, Le Pen, lo stesso Trump sono sintomo di una difficoltà tremenda, anche del fallimento della sinistra al potere. Nascono come reazione dell’elettorato alla non efficacia della politica. Questi siamo noi, ogni Paese ha la classe politica che ne disegna le caratteristiche fondamentali. Quella che è venuta meno è la classe dirigente, che non fa più quello per cui esiste, e cioè dirigere, dare una direzione. C’è da avere paura, non capisco fino a che punto questa follia possa allargarsi. Noi l’abbiamo sfangata, ma i giovani?».

Per i suoi figli vede un futuro lontano dall’Italia? «Sto spingendo perché vadano a giocare negli Usa e a laurearsi là, nonostante Trump. Quando ero a Roma ho frequentato Veltroni, ai tempi della nascita di quella bellissima idea che era il Pd, ma mi manca la sua percezione che le cose possano migliorare. Speravo in Cuperlo, lo avrei votato, è un uomo di profonda cultura, davvero di sinistra. Ognuno nel proprio ambito ha il dovere di incidere in qualche maniera. Io cerco di dare ai giovani l’opportunità di concretizzare le loro ambizioni dopo aver individuato il loro talento. L’ultimo caso è Candì, devo sostenerlo, guidarlo, coltivarlo. Anche con maniere dure se serve, anche con qualche sberla. Un calcio nel sedere, anche non metaforico, non ha mai fatto male a nessuno».

Il suo lavoro assomiglia di più a quello dell’insegnante, del prete, di un padre? «Insegnante. E’ il mestiere che avrei voluto fare, e nel basket la strada era più breve. Un mestiere in cui il risultato dovrebbe essere un punto di partenza, non di arrivo».

La prima volta aveva trentanove anni. Ne sono passati sedici. Quanto è cambiata Bologna? «Sono cambiato io, e non soltanto perché allora avevo i capelli e quindici chili in meno. Quella era la Bologna di un giovane allenatore che entrava di colpo in una realtà di livello assoluto. Adesso sono più maturo, il filtro è necessariamente diverso, anche se ho mantenuto la stessa energia, lo stesso furore. E’ la prima volta che vivo in centro: quando allenavo la Virtus abitavo davanti a San Luca, adesso sto al Pratello, vivo di più la città, non mi pesa più se un tifoso mi ferma per strada. Sì, sento gli amici lamentarsi che Bologna non è più quella di una volta, ma la mia invece è migliore, vivo più serenamente. Ho un fantastico gruppo di amici, ci troviamo il venerdì a cena. C’è Guerrino Bonazzi, che fa l’imprenditore. I fratelli Ricci, uno è medico, l’altro farmacista, e poi Eraldo Pecci, Franco Colomba, Giorgio Comaschi. Si parla d’altro, si cazzeggia, c’è grande ironia, mi aiuta a vivere meglio. Per me che sono solitario di natura è stupefacente aver trovato un gruppo di amici così, non credevo che fosse possibile in tarda età».

Tarda? Vorrà scherzare. «Beh, avrò davanti al massimo quindici, vent’anni. Penso spesso alla fine, ho la percezione che ormai manchi poco, ci sono momenti dell’anno in cui mi sveglio attanagliato dall’ansia».

Come la combatte? «Vivere da solo fa sì che pensi moltissimo alla squadra, un allenamento fatto bene o male condiziona il mio umore fino a quello successivo. Sono stato un asociale totale fino a pochi anni fa. Mangio sempre fuori, perché non sopporto lavare i piatti. E poi il rapporto fra il tempo che ti serve a fare la spesa e preparare qualcosa e mangiarlo non è economico. In casa ho giusto due merendine e la coca-cola, sono un bevitore seriale di coca-cola. Già lavo e stiro… Se si rompe qualcosa in casa sono zero».

Nel tempo senza basket cosa fa? «Leggo. Questo è un momento complicato e sto rileggendo le Memorie di Adriano. Ho due libri di salvataggio. Le Memorie di Adriano quando ho bisogno di assoluto e Cent’anni di solitudine quando ho bisogno di indefinito. Nell’ultimo periodo ho letto molti gialli, anche ambientati a Bologna, Lucarelli, Guccini, Varesi, mi piace ritrovarmi nelle strade, conoscere i posti. Di Varesi ho letto anche Il rivoluzionario, un romanzo storico ambientato nella Bologna dell’immediato dopoguerra, quella del sindaco Dozza e dei partigiani. L’altra sera dopo cena Comaschi mi ha portato in una villa sui colli, sul set della prossima serie di Coliandro. Girano dalle cinque del pomeriggio fino a notte. Era la scena di una bisca, ero molto curioso di vedere come si fa. Mi sono messo lì dietro al regista e ho guardato».

Al cinema cosa vede? «Sono un grande appassionato, purtroppo lavoro in ore non adatte al cinema. E poi faccio già tutto da solo, andare anche al cinema da solo non mi va. I miei figli mi segnalano film magnifici, e io me li guardo in tivù. Pietro me ne ha consigliati due che ho visto nel giorno della memoria: uno è quello sul giovane avvocato tedesco che scopre quasi per caso un piano per nascondere i crimini nazisti, non mi ricordo un titolo a pagarlo (Il labirinto del silenzio, ndr). Francesco, il piccolo, va più sui film d’azione. Però succede una cosa strana. Una volta ero impassibile, imperturbabile, adesso invece mi emoziono».

Cosa fa, piange? «Quando allenavo a Roma vivevo a Prati, dietro a un cinema. Vado a vedere quello con Matt Damon, quello sulla squadra sudafricana di rugby (Invictus, ndr). Vado da solo, alle quattro del pomeriggio, perché poi c’è allenamento. Siamo io e qualche pensionato. Arriva la scena in cui vanno a visitare i ghetti, e io mi metto a piangere. E l’anziana signora che avevo vicino si mette a confortarmi. Da quando sono a Bologna sono andato al cinema una volta sola, a vedere quello di Di Caprio, anche qui non mi ricordo il tìtolo (The revenant, ndr), ricordo che uscii stremato». Quante lingue parla? «Italiano, inglese, spagnolo. A Trieste soltanto pochi illuminati mandano i figli alla scuola slovena. Quando ero in Kazakistan scrivevo e leggevo in cirillico, ma mi ha distrutto».

Che cosa la fa ridere? «Tantissime cose. L’ironia di Renzo Albore ha segnato la mia vita, amo il cazzeggio intelligente. C’era una trasmissione con Arbore, Mirabella e Banfi (Il caso Sanremo, ndr), ogni tanto me la guardo su yourube, rido come un matto, le orazioni di Banfi sono travolgenti. Mi fa ridere l’ispettore Clouseau, e Fuffas di Crozza. E anche Zalone ha momenti in cui è irresistibile».

C’è qualcosa che rifarebbe diversamente? «Vorrei iscrivermi al liceo classico per farlo conia consapevolezza che ho adesso. La scuola l’ho vissuta come una terrificante costrizione della libertà personale, non volevo stare lì seduto ma liberare la mia energia, giocare a basket, uscire con le ragazze. Credo che se fosse mai possibile bisognerebbe andare a scuola quando si è più vecchi, ma come si fa? Se potessi vivere di rendita passerei il tempo libero a leggere e frequenterei di più i teatri. Non credo che mi annoierei. E poi studierei il pianoforte».

Che rapporto ha con la musica? «Il mio professore di latino e greco al liceo, il grandissimo Franco Serpa, latinista e musicologo, un giorno mi disse che ho scarsissima sensibilità nei confronti delle arti figurative e della musica. Non ho la percezione della grandezza. Un giorno andai a trovarlo a Roma, la sua era la Roma di Pasolini, di Laura Betti. Mi presentò Elsa Morante, e io che avevo sedici anni mi misi a discutere con lei. Non ho un carattere facile, posso non essere simpatico. Vado sempre in direzione ostinata e contraria, come diceva De André».

E questo le piace? «Non lo faccio per vezzo, sono così».

Cosa c’entravano il professore e la musica? «Aveva ragione lui, ho scarsa sensibilità. Però la musica una volta mi salvò. Era il giorno prima della partita che avrebbe potuto portare al mio esonero, ad Avellino: ero sicuro che mi avrebbero cacciato, tanto che avevo addirittura suggerito alla società il mio sostituto. Avevo la macchina aziendale, e avevo appena fatto il pieno. Pensai: gliela do indietro, ma il pieno no. Allora feci un lungo giro in macchina sulla costiera amalfitana per consumare la benzina. Arrivai ad Amalfi, vicino al Duomo, e parcheggiai lì. Ogni tanto ci andavo, quando mi mancava il mare. Dal Duomo venivano snani suoni. Entrai. C’era Cecilia Gasdia che faceva le prove per un concerto che si sarebbe tenuto lì la sera. L’orchestra provava. Fiati, archi, percussioni, ognuno andava per conto suo. E anche la Gasdia, faceva i suoi gorgheggi. Una distonia assoluta, più che altro un rumore. Rimasi lì qualche ora ad ascoltare. A un certo punto arrivò il direttore dell’orchestra. Disse: adesso proviamo. Nell’attimo in cui fece tac con la bacchetta, tutte le distonie di poco prima diventarono all’improvviso un suono straordinario, una melodia struggente. Come al solito mi misi a piangere. Ma quell’esperienza mi salvò il posto».

In che modo? «Il giorno dopo ai giocatori non parlai di tattiche. Eravamo in un momento di difficoltà, e in quei momenti le squadre si spaccano perché ognuno pensa a sé. Raccontai ai giocatori quello che avevo visto e sentito nel Duomo di Amalfi. Dissi: mi piacerebbe che suonassimo come quell’orchestra. Vincemmo, salvai il posto e con quella squadra vinsi la Coppa Italia. Fino a quel momento avevo la sensazione, la speranza di essere bravo: quando ho vinto ad Avellino ho sciolto dei nodi, ho avuto meno ansia».

Ha detto che ogni tanto le manca il mare. A Bologna non c’è. «Sì, mi manca sempre. Sono venuto su col mare davanti. Quando hai il mare davanti a te, hai sempre la consapevolezza di poter andare, partire. E’ quello il bello. In barca a vela sono andato tardi, strano in una città dove c’è grande tradizione. Mi hanno portato in barca due volte, e mi sono annoiato a morte».

La prima volta che sono uscito con Nicoletta, che poi sarebbe diventata mia moglie, siamo venuti a Bologna a vedere una partita di basket. Virtus-Treviso, al PalaDozza. Noi due e un’altra coppia di amici. Adesso sono espansivo in confronto a com’ero allora.
Si vede che era destino. Bologna, il PalaDozza. Ma anche il basket. «Ci ha presentati un comune amico, Nicoletta viene da una famiglia di appassionati di basket, e anche lei lo è. Lo segue, soffre».

Nicoletta ha un cognome che finisce anche nei tabellini. Ruzzier. «Lo so, me l’hanno detto tutti. Se avessi preso un altro play nessuno avrebbe detto una parola, invece me le vado proprio a cercare. Michele è il figlio del fratello di mia moglie. Ero talmente convinto che fosse molto bravo che l’ho voluto comunque, non sono abituato a calcolare i rischi quando faccio una scelta. E poi non vorrei correre il rischio di eccedere in senso opposto, cioè di essere ingiusto con Ruzzier per non far vedere che siamo parenti, lo non l’ho mai visto molto fuori dal basket, quando è nato ero già fuori e non sono molto incline alla frequentazione dei parenti, non sono uno da pranzi di famiglia. Qui non lo vedo mai fuori dalla palestra, so che abita al Pratello come me ma non l’ho mai incontrato. E’ un mio giocatore, stop».

Anche i figli di Nicoletta e Matteo giocano. Pietro è del ’98, quest’anno avrà l’esame di maturità. Francesco è del 2001, era appena nato quando Boniciolli arrivò a Bologna per la prima volta, e i tifosi della Fossa lo accolsero con un gran mazzo di fiori. «Non so se mi assomigliano, spero di no. Una cosa da me l’hanno presa, l’ironia. A me l’ironia mi ha salvato. Ho un pessimo carattere, spero che i miei figli abbiano ereditato la concretezza e la grande lucidità della loro mamma e la mia energia. E spero che riescano a evitare gli eccessi che ho avuto io, andare sempre in direzione ostinata e contraria non mi ha aiutato a fare carriera».

La prima volta venne a Bologna di nascosto, per non farsi vedere. «Era il 2001. Avevo detto a Tanjevic che lo avrei seguito in Francia, a Villeurbanne, ho sempre avuto una propensione ad andarmene all’estero ogni tanto. Alla Fortitudo c’era Recalcati, ma c’era attrito con Seragnoli. Mi cercò Enzo Lefebre, dissi di sì. Come facevo a dire di no a Bologna?».

Dicevamo di quella propensione a emigrare ogni tanto. «Sono stato due anni in Belgio, tre in Kazakistan, tutte e due le volte erano opportunità lavorative importanti, ma è vero che ogni tanto sento l’esigenza di andare in un Paese dove posso isolarmi, dove non devo per forza leggere i giornali. Ho conosciuto altri mondi, penso al tramonto e all’alba nella steppa. Alla neve, che è malinconia e silenzio assoluto. Quando abbiamo giocato a Stalingrado sono andato a vedere il mausoleo, è stata un’esperienza mistica. Se non sono finito in galera in Russia lo devo al mio team manager che mi ha salvato da un poliziotto dell’aeroporto di Mosca che dopo aver visto il mio passaporto mi ha riso in faccia: Italiano, Berlusconi, Bunga-bunga. Non l’ho presa bene». Essere nato in una terra di confine e cercare di sentirsi straniero.

(Foto di Fabio Pozzati)

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