John Kevin Crotty
(the journeyman)

Quando si pensa ad un (uomo) americano di carnagione bianca con caratteristiche fisiche nella norma (185cm x 84kg) si pensa a un operaio, impiegato o libero professionista che proliferano negli USA.

Il protagonista delle prossime righe appartiene fisicamente ed esteticamente a una di queste categorie.

Se non siete degli intenditori di basket NBA anni 90 o avete (per motivi anagrafici) vissuto solo di sfuggita le gesta della gloriosa Basket City, il nome John Crotty non vi dirà nulla.
Non si tratta di un profeta ne di un innovatore del gioco, anzi, le cifre impietose (4 punti e 2.1 assist. in 12 minuti di impiego a partita) non fanno altro che rafforzare l’ipotesi.
Eppure questo ragazzo “normodotato” ha collezionato ben 11 stagioni nella lega cestistica più importante del mondo e al di là delle mere statistiche ha disputato ben 477 partite.

Classe 1969, nato e cresciuto in New Jersey (più precisamente nella cittadina di Orange)
Figlio e nipote d’arte (il padre John Francis giocò per North Carolina mentre lo zio Warren Buehler per Georgetown) ha mosso i primi passi nel basket alla High School Christian Brothers Academy.
Dopo tre anni passati in cabina di regia nella squadra delle superiori, il tabellino recitava 82 partite vinte a fronte di solo 6 sconfitte. Un record strepitoso associato a diversi riconoscimenti personali come l’inclusione fra i 25 migliori prospetti degli States (McDonald’s All-American).

Il definitivo salto di qualità avviene nei suoi anni spesi presso la prestigiosa università della Virginia, vincitrice di un’aspra contesa per assicurarsi i servigi del folletto di origine irlandese.
Agli ordini di coach Terry Holland prima e di Jeff Jones poi disputa 4 brillanti stagioni (1987-1991) terminando la carriera collegiale con più di 1500 punti e 600 assist e diventando il terzo giocatore nella storia della Atlantic Coast Conference a collezionare tali cifre. Prima di lui solo Phil Ford (play titolare USA alle Olimpiadi di Montreal 1976) e Kenny Smith, fenomeno dei plurititolati Houston Rockets, sono riusciti in questa impresa.
Successivamente sarà inserito nella Hall of Fame dell’ateneo al fianco di personaggi come Rick Carlise (Head Coach dei Dallas Mavericks campioni NBA 2011) e Ralph Sampson (1°scelta assoluta degli Houston Rockets nel draft del 1983)
Oltre agli ottimi risultati ottenuti sul parquet, John riesce a completare il suo percorso di studi, di certo non una consuetudine tra i cestisti, con una laurea in storia.

Le buone cifre messe insieme al College non gli valgono la stima delle franchigie NBA, molti scout dubitano di lui considerandolo troppo lento, con una meccanica di tiro rivedibile e una brutta abitudine a cercare come prima soluzione l’azione personale anche se in serata no.
Deciso a dimostrare il suo valore, Crotty partecipa a diversi tornei estivi cercando di ottenere una chiamata al Draft o un contratto . Consapevole di dover affrontare una concorrenza agguerrita e ricca di talento: a questi eventi prendono infatti parte molti veterani in cerca di un team.

Nonostante le buone prove, il risultato è negativo: finisce undrafted, non scelto.
In questo frangente Crotty dimostra la sua tenacia, pur di coltivare il suo sogno non ha altra scelta che giocare per i Greenville Spinners , in un campionato minore, la Global Basketball Association.

Questo suo azzardo dà i frutti sperati e dopo un solo anno di “purgatorio”, arriva l’occasione tanto ambita, gli Utah Jazz alla ricerca di un valido backup per un certo John Stockton decidono di firmare the journeyman colpiti soprattutto dalle caratteristiche di gioco congeniali per la second unit di Utah.
Crotty è infatti un playmaker “d’ordine”, con uno stile di gioco molto simile a quello della PG più forte di tutti i tempi, si tratta di 2 giocatori pass first, shoot second type .
La forza mentale e l’abnegazione al lavoro danno i loro frutti, finalmente le porte, seppur secondarie, della NBA si spalancano.
Dopo un tirocinio lungo 3 anni a Salt Lake City, viene portato a Cleveland da coach Mike Fratello, con l’intento di trasformarlo nel cambio dell’All-Star Terrell Brandon; esperimento durato solo 57 partite.

Dopo alcuni decenni di profonda crisi, il basket professionistico americano, sta vivendo una seconda e florida gioventù. La NBA sta spopolando nel mondo, raggiungendo anche i luoghi più remoti del globo.
L’Europa e in particolare l’Italia sono stregati dallo show e dalle stelle messe in mostra ogni notte da questo circus.
Appassionati del basket e non, si riempiono la bocca recitando a memoria: nomi, cognomi e soprannomi dei componenti del Dream Team USA, la selezione sportiva più forte di tutti i tempi, dominatrice incontrastata dei giochi olimpici del 1992.
Tra gli addetti ai lavori della palla a spicchi tricolore, è aperta la caccia al fenomeno americano per ottenere risultati sportivi e profitti economici di prim’ordine nel più breve tempo possibile.
Negli anni 80/90 è consuetudine firmare un giocatore, anche se semplice figurante NBA, darlo in pasto ai media spacciandolo come salvatore della patria, incrociando le dita nella speranza di triplicare il fatturato sul parquet semplicemente triplicandone il minutaggio, il tutto senza tener conto di aspetti fondamentali: ambientamento ad un mondo e ad uno stile di gioco completamente diversi.
Questa è forse la più grossa croce che J.C. si porterà dietro nel suo breve soggiorno italiano…

L’americano sbagliato

La vita da gregario sta stretta a Crotty, la voglia di giocare titolare e la mancanza di opzioni spingono il nostro a scegliere il vecchio continente nella speranza di costruirsi una solida carriera, tentativo riuscito in passato a molti altri suoi connazionali.
A dargli questa opportunità ci pensa la Fortitudo TeamSytem Bologna, nel luglio del 1996, su esplicita richiesta del giovane coach Scariolo.
Si tratta di una squadra di vertice nel campionato italiano, decisa a fare il salto di qualità definitivo anche a livello europeo.
L’opportunità di essere protagonista in un team carico di talento, avere la fiducia dell’allenatore e l’ottimo ingaggio annuale, 500mila dollari, sono tutti elementi fondamentali per il ragazzo del New Jersey.

Il compito è dei più ardui: sostituire in maniera ottimale “Sale” Djordjevic, all’epoca, miglior playmaker europeo e idolo dei tifosi fortitudini, increduli per la scelta quanto mai opinabile di sostituire il giocatore principe.
Su questa storia aleggia un alone di mistero, prende sempre più piede il becero gossip, si vocifera di problemi “sentimentali” contrastanti. A mettere a tacere le malelingue e a gettare ancora più benzina sul fuoco ci pensa il procuratore del serbo, Toto Ricciotti, su Superbasket: “Sasha ha vinto l’argento olimpico, è un eroe a Belgrado, ma la Fortitudo non lo vuole e ha preferito Crotty, questi sono i fatti, non sono opinioni, le opinioni le lasciamo alla gente”.

Un’eredità a dir poco pesante insomma, ma nulla di più stimolante per il nuovo arrivato: il carattere, come detto in precedenza non gli difetta, tanto da scegliere la canotta N.4, appartenuta proprio a “Mister Europa” Djordjevic e a Vincenzo Esposito.

Dagli addetti ai lavori nostrani, Crotty viene descritto come un play alla D’Antoni, tecnicamente non lo è, ma sopperisce alle lacune con una mostruosa concentrazione sul parquet abbinata ad una abnegazione e cultura lavorativa da manuale.
Il suo ruolo dunque è ben presto definito: Scariolo ha le idee chiare e lo utilizza per dare organizzazione e continuità al gioco, lasciando che siano altri a prendersi responsabilità offensive, Carlton Myers su tutti, e creare un solido asse play/lungo (Dan Gay e Conrad McRae) per dare il break decisivo alle partite.

Nonostante le premesse e l’hype creatogli ad arte, la nuova vita agonistica dell’americano procede ( sin dall’inizio) con poche gioie e tante difficoltà, il malumore dei tifosi è sempre più palpabile e la fiducia dello staff tecnico e squadra si esaurisce in fretta tanto da portare il playmaker ad abdicare dopo appena 13 giornate di campionato condite da rari exploit offensivi: match winner contro la Cagiva Varese alla 3° giornata e altre buone partite contro Cantù e Treviso.
A pesare come un macigno sull’inadeguatezza di Crotty come playmaker titolare ci pensa Myers in un intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport il 01/05/1997: ” Erik Murdock (altro americano chiamato a sostituirlo) è nettamente più forte di Crotty, anche un cieco noterebbe la differenza di talento”
Insomma il sogno americano è durato il tempo di un aperitivo, giusto il tempo per buttare giù un “Americano Sbagliato”, neanche troppo buono, in attesa della portata principale…

Il ritorno alle origini

Rinnegato dal basket europeo, si torna di nuovo al passato, il giocatore è più maturo e consapevole delle sue possibilità, e nonostante il fallimento nel vecchio continente continua ad avere un interessante mercato come solida riserva.
La sua lunga carriera NBA, continua con un’impressionante serie di attestati di stima da parte dei suoi allenatori, staff e compagni di team, al quale fa da contraltare il continuo cambio di squadra.
Dal 1996 al 2003, anno del ritiro, Crotty veste le casacche dei: Miami Heat, Portland Trail Blazers (i famosi Jail Blazers, una “banda di scalpestrati” arrivati ad un passo dalla finale), Seattle Supersonics, Detroit Pistons, Utah Jazz e Denver Nuggets.
In queste squadre si è trovato a far da valido sostituto ad alcuni dei migliori playmaker di sempre: John Stockton, Gary Payton, Tim Hardaway.
A suggellare una solida carriera professionistica sono arrivate le parole di riconoscimento di un guru come Pat Riley suo coach a Miami: “con il suo impegno e la sua capacità di segnare al momento giusto, ci ha portato a battere i nostri avversari più temibili (Semifinale vs Knicks). È un ragazzo da prendere come esempio, per la passione e l’impegno che impiega e trasmette su un campo da pallacanestro”

La vita attuale

Una volta appesa la canotta al chiodo John Crotty ha portato avanti diversi impieghi, dimostrando anche fuori dal parquet, impegno e serietà invidiabili, attualmente ricopre il ruolo di opinionista e analista radiofonico per conto dei Miami Heat e vice presidente alla Abood Colliers Wood-Fay azienda che si occupa di compravendita immobiliare; infine per non farsi mancare nulla ha gestito per 13 anni l’organizzazione di ottimi campi estivi di Basket nel New Jersey e in Florida, con il ruolo di presidente. Il tutto coronato da una splendida moglie e 2 figli adorabili.

Sicuramente non ha fatto breccia nel cuore di molti appassionati della palla a spicchi, nulla si può dire della dedizione e dell’impegno che l’hanno portato dove molti di noi non arriveranno mai.
Madre natura gli ha dato un fisico normale e lui ha aggiunto tutto quello che poteva, pur di vivere il suo sogno. Quindi signori, anche in questo caso, stiamo parlando di un Campione.

Michele De Rosa
@tobos84

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