John Michael Roche
(The Graduate)

New York City inizio anni 50, la grande metropoli in divenire è lacerata da una sanguinosa faida tra bande di ebrei e irlandesi. In questo clima di tensione, una delle tante famiglie di immigrati trascorre le sue giornate nell’affollata 66° strada a Manhattan in cerca di fortuna.

Ingredienti perfetti per un capolavoro cinematografico degno di Sergio Leone o Martin Scorsese; ottimi anche per raccontare una storia di basket.

Fisico imponente e arguzia sono caratteristiche importanti per sopravvivere in un ambiente ostico come quello newyorkese. Peculiarità latenti in John Roche, acerbo e ruvido ragazzino proveniente da un’onesta famiglia americana di ceto piccolo borghese. Nelle sue vene però pompa forte il sangue irlandese.
All’epoca sono pochi gli spazi verdi dove passare il tempo libero e praticare attività fisica,”hockey su asfalto” alternato a rissa da strada sono gli unici sport “rionali” riconosciuti e praticati da tutti i ragazzi del quartiere. Roche, nonostante il fisico sottomedia, partecipa a entrambe le competizioni con grande vigore ottenendo il rispetto fra coetanei e non.
Il basket è ancora una chimera per lui, ma qualche tiro all’indirizzo di uno scatolone appeso a una ringhiera e le partite di CYO League, una specie di oratorio post-scolastico dove il rispetto delle regole e dell’avversario viene prima di tutto, li fanno incontrare.
I primi veri passi nel mondo della pallacanestro li muove ufficialmente nei Cardinals di La Salle, squadra della omonima High School.
Sotto gli esperti occhi del leggendario Dan Buckley, il giovane cestista assimila concetti e schemi in un brevissimo lasso di tempo. Il carattere a dir poco esplosivo abbinato ad ottima coordinazione ed atletismo consacrano Roche a leader naturale del team, ruolo diviso con l’amico Tom Owens, talentuoso big man proveniente dal Bronx. Il sistema di gioco ragionato e controllato, voluto da Buckley, calza loro a pennello: ritmi lenti alternati a tagli fulminei e blocchi granitici garantiscono una lunga serie di successi a La Salle.
Attirati dalla striscia vincente, come le api dal miele, tra gli scout universitari si fa un gran parlare dei Cardinals, pochi però hanno visto le partite della compagine newyorkese, l’idea che la maggior parte di loro si fa sul talentuoso duo è basata sul passaparola. Roche ne esce ridimensionato, descritto come lento e facile da marcare.
Questo tipo di etichette non ha mai convinto Frank McGuire, navigato allenatore di South Carolina, a maggior ragione se il soggetto in questione ha le sue medesime origini irlandesi ed è cresciuto nella Big Apple.
Sono circa 700 le miglia di distanza tra la High School e il College, un viaggio estenuante, ma il coach è deciso più che mai a visionare i prospetti, mettendo sotto la lente d’ingrandimento la giovane guardia. Lo scouting supera ogni più rosea aspettativa: John è un eccelso difensore ma soprattutto un’attaccante formidabile che lascia intravedere ampi margini di miglioramento. Sebbene la volontà di portare entrambi nella Carolina del Sud sia tanta, non può evitare lo scontro con l’agguerrita concorrenza della blasonata Università della Virginia.
Quest’ultima ha già un accordo verbale con i due atleti e vuole concludere l’accordo nel post partita che la squadra gioca al Madison Square Garden e alla quale i nostri sono stati invitati ad assistere.
L’ultima parola, dunque, spetta ai due giovani atleti e viene presa nell’esatto momento in cui i Cavaliers mettono piede in campo con indosso scarpe nere: Eravamo seduti più o meno in terza fila quando il team di Virginia è uscito dagli spogliatoi. In quel preciso istante Tommy si è chinato verso di me esclamando: “E’ finita, non andiamo più li”. Sorpreso domandai: “Come non andiamo più? sono un buon College, giocano in ACC.” In tutta tranquillità lui rispose: “Indossano scarpe nere, le scarpe nere fanno sembrare i miei piedi ridicoli. Io non indosserò mai scarpe nere”… racconterà Roche anni dopo. I piccoli dettagli fanno sempre la differenza…
E’ il 1968 quando due ragazzi nati e cresciuti nei sobborghi della Grande Mela diventano ufficialmente dei Gamecocks.

South Carolina è la cenerentola della terribile Atlantic Coast Conference e la qualificazione alla fase finale del torneo NCAA è stata, fino a quel momento, una chimera. Il nuovo corso inaugurato da McGuire nel 1965 comincia a dare i suoi frutti. L’allenatore tatticamente è ineccepibile e adora responsabilizzare i suoi atleti e questo suo modo di intendere la pallacanestro fa breccia nella mente dei giocatori, il più recettivo è, manco a dirlo, Roche. Stimolato a far ricredere gli scettici, si danna l’anima in allenamento per colmare le sue lacune e affinare le sue qualità. Dopo un anno di duro lavoro in palestra e di apprendistato sul parquet, diventa un giocatore completo: il palleggio è migliorato sensibilmente e lo stesso si può dire della sua tecnica di tiro, in particolare da tre punti in cui è diventato un cecchino micidiale. Sempre combattivo e mai domo, è il leader riconosciuto della squadra: capace di gestire con grande personalità i ritmi di gioco su ambo i lati del campo.
Il pubblico del Carolina Coliseum impazzisce per questo smilzo fenomeno, la sua canotta numero 11 va a ruba e fuori dal palazzo è esposta perennemente una sua gigantografia. Il triennio speso da Roche al college corrisponde al periodo di maggior successo per l’università in ambito cestistico. Nel suo ultimo anno, può contare su un quintetto superlativo, disegnato su misura per lui dal lungimirante coach. Al suo fianco scendono in campo infatti Kevin Joyce, Tom Riker, Tom Owens e John Ribock (escluso quest’ultimo, tutti gli altri avranno solide carriere a livello professionistico), yn manipolo di talentuosi energumeni pronti a sacrificarsi per il piccolo leader. South Carolina è riconosciuta da tutti come una squadra di talento e “molesta”; le risse con gli avversari sono all’ordine del giorno e nonostante i suoi compagni siano più forzuti, il più litigioso è proprio il longilineo John. Per lui ogni momento è buono per attaccar briga. Solo un suo infortunio (ai legamenti della caviglia) interrompe l’inarrestabile cavalcata dei Gamecocks nel torneo NCAA. Il successo finale non arriva, ma tante sono le soddisfazioni personali che John si toglie. Il palmares parla chiaro: 3 volte All American, 2 volte ACC player of the year (in entrambi casi sbaragliando una concorrenza fatta di futuri All-Star NBA). In futuro verrà inserito nella Hall of Fame dell’Università e la sua canotta numero 11 verrà ritirata. Red Auerbach, uomo poco avvezzo ai cerimoniali, lo definisce senz’ombra di dubbio il miglior All-around player collegiale, mentre il suo coach, o per meglio dire mentore, McGuire rivisita un famoso detto irlandese per congedarlo: “non cambierei lo sporco delle sue unghie per nessun altro giocatore al mondo”.

La cover dedicatagli da Sports Illustrated e una Laurea in Business Admnistration fanno calare il sipario sulla sua eccellente avventura universitaria; ad attenderlo c’è il draft, preludio obbligatorio al basket professionistico.

La pallacanestro americana di quel periodo è un’evoluzione continua, ABA e NBA si sfidano quotidianamente nell’intento di prevalere l’una sull’altra e particolarmente aspro è lo scontro per l’acquisizione dei giocatori. Sono questi ultimi il vero e proprio ago della bilancia che decide il prestigio delle due leghe, liberi di accettare la miglior offerta disponibile ottenendo il più delle volte facoltosi contratti duraturi.
Battaglia che non viene meno in sede di draft, lo stesso Roche è spettatore interessato e oggetto del contendere tra i Phoenix Suns (neonata franchigia NBA) ed i Kentucky Colonels (affermato squadrone ABA).
La squadra dell’Arizona punta forte su di lui, tanto da spendere la 14° chiamata assoluta per averlo. Alla possibilità di giocare sin da subito in quintetto, la longilinea guardia antepone un ruolo di secondo piano nel campionato ABA, alle radici di quella che ai più sembrò una scriteriata scelta c’è la presenza del tiro da 3 punti (che in NBA arriverà solo nel 1979) aspetto del gioco in cui è un vero maestro.
La sua avventura con i Colonels però non dura neanche il tempo di un respiro, la squadra punta forte al titolo ed è farcita di campioni affermati (o in rampa di lancio come Dan Issel, Louie Dampier e lo stratosferico rookie Artis Gilmore). Non è certo il contesto migliore dove muovere i primi passi,e a farsi carico di questo compito sono i New York Nets, del nuovo coach Lou Carnesecca, alla ricerca di un backup della guardia titolare Bill Melchionni.
Per il rookie l’impatto con il basket pro non è dei più semplici e la prima stagione regolare scivola via con un rendimento altalenante. Nei playoff le cose cambiano radicalmente: complice un infortunio occorso alla guardia titolare, Roche trova spazio e fiducia per esprimersi al meglio e assieme al fenomenale Rick Barry, trascina i Nets ad un’insperata finale persa 4-2 contro gli Indiana Pacers.
Prestazioni eccellenti a dissipare i dubbi iniziali sul suo impatto a livello professionistico. La nomina nel primo quintetto rookie è un riconoscimento naturale e doveroso per quello che ha dimostrato nei momenti delicati della post season. Roche spende altre 2 stagioni con la maglia dei Nets, collezionando una media di 13 punti e 4 assist a partita. Purtroppo però l’addio forzato di Barry rende la squadra molto più debole e la vittoria del titolo rimane un sogno.
Dopo un inizio carriera folgorante, il percorso tra i pro si fa decisamente complicato, nel giro di 2 anni infatti Roche cambia diverse squadre ma fatica a trovare un team disposto a puntare in maniera costante su di lui. Frenato da diversi infortuni veste e sveste, nel giro di un amen, le canotte di Kentucky e Utah Stars (al fianco del rookie Moses Malone). Come se non bastasse, nel 1976 la ABA perde “la guerra” nei confronti della NBA cedendo definitivamente il passo e molti giocatori, compreso Roche, sono costretti a cercarsi un altro team nell’unica lega rimasta. Su di lui puntano i Los Angeles Lakers, ma l’ennesimo infortunio ne mina l’avventura sin dagli albori, con i lacustri gioca appena 15 partite finendo con rescindere il contratto.
All’età di 28 anni, la sua vita arriva ad un importante bivio: rinvigorire la carriera di atleta o iniziare un percorso di studi in legge (altra grande passione).
E’ il 1977 quando un suo connazionale, tale Dan Peterson, in “Erasmus italiana” da circa 5 anni, lo avvisa delle modifiche apportate al vetusto regolamento del campionato nostrano (le squadre possono finalmente tesserare due stranieri) e gli propone un ruolo da protagonista nella sua squadra.
Senza pensarci troppo, l’atleta accantona (temporaneamente) i tomi di giurisprudenza, sensibilmente attirato da un’avventura in terra straniera. La via è scelta: nel suo futuro prossimo c’è ancora la palla a spicchi, la Virtus Bologna lo aspetta a braccia aperte… Il presidente Gianluigi Porelli e Peterson sono consapevoli che il roster attuale è discreto ma di livello chiaramente inferiore rispetto alle corazzate europee. Per spezzare l’egemonia lombarda in Italia e poter coltivare ambizioni continentali (vero obiettivo di Porelli) serve un innesto di assoluto valore nel ruolo play/guardia, considerato l’anello debole della squadra. Il sagace duo stila l’identikit del giocatore ideale: tanti punti nelle mani, ottima visione di gioco e grande esperienza tra i pro. Il coach di Chattanooga non ha dubbi e sa chi contattare: John Roche.
Il nuovo arrivato gioca senza il peso della leadership (destinata a Gianni Bertolotti, Terry Driscoll e Charly Caglieris), si presenta al pubblico bianconero con prestazioni eccellenti, quasi mai al di sotto dei 20 punti (senza il tiro da 3, in Italia arriverà solo nel 1984). Una prestazione da 30 punti nel suo primo derby ed una da 29 con tiro della vittoria a fil di sirena contro Varese, dissipano ogni dubbio sulle sue qualità anche nel più incrollabile degli scettici.
Nonostante qualche prestazione altalenante, la stagione della Sinudyne scorre positivamente, lo stesso Roche dopo qualche fatica di troppo, riesce a trovare il giusto affiatamento con il suo pari ruolo Caglieris, quest’ultimo inizialmente restio alla panchina. La squadra gioca bene tanto da qualificarsi a un’insperata finale scudetto contro l’invincibile Mobilgirgi Varese e alla sua prima finale europea: la prestigiosa Coppa Coppe da contendere in una sfida tutta italiana con la ben più navigata Gabetti Cantù.
Il sogno dell’avvocato Porelli e di tutti i tifosi bianconeri è ad un passo, la sorte però ha in mente altri scenari. Durante un allenamento, nei giorni antecedenti le finali, l’americano si infortuna ad una caviglia e sembra costretto a chiudere anticipatamente la stagione. Lui però non si arrende mai, è uno che nella vita lotta sempre al di sopra dei suoi limiti per ottenere ciò che desidera realmente ma, questa volta, niente happy ending. Il recupero avviene ma in maniera parziale (gioca al 60% delle proprie potenzialità), Roche stringe i denti e disputa entrambe le finali arrivando a 2 punti dalla Coppa Coppe e ad una onorevole sconfitta nella finale tricolore.
I tifosi non gradiscono questa doppia sconfitta e, come sempre accade, hanno bisogno di un capro espiatorio su cui far ricadere le colpe. Roche è accusato di scarso impegno e interesse verso la causa Virtus, troppo occupato ad organizzare il suo viaggio di ritorno negli States. Il rapporto con i tifosi virtussini, non è mai stato idilliaco. Il suo carattere schivo ed introverso non è riuscito a far breccia nel cuore dei supporter., abituati da Fultz prima e Driscoll poi ad americani capaci di aizzare la folle e vivere la realtà bolognese in maniera viscerale e appassionata. Si conclude nel peggiore dei modi la sua avventura bianconera: nessun trofeo ad arricchire il suo palmares, indifferenza delle riviste specializzate e rancore dei fans.
Il suo ritorno in America non passa inosservato, la NBA posa nuovamente gli occhi su di lui, a volerlo fortemente stavolta è il capo allenatore di Denver, Donnie Walsh. I due si conoscono dai tempi di South Carolina (all’epoca Walsh ricopriva il ruolo di vice) e la stima è massima per entrambi. I Nuggets dell’epoca sono un team imbottito di stelle (Issel, Thompson, McGinnis English…) ed un solo pallone non basta per saziare il loro ego, alla squadra serve un “uomo d’ordine” con grande esperienza ad alto livello, capace di anteporre il bene della squadra alla gloria personale: John Roche.
La sua avventura con la canotta delle “pepite” è in chiaroscuro: a un primo anno estremamente positivo con cifre individuali discrete ne seguono due a mezzo servizio per via di gravi infortuni alle già martoriate caviglie. La squadra, nonostante il grande talento a disposizione, stenta ad ingranare con risultati sempre ben al di sotto delle aspettative.
La penuria di vittorie, l’invitabile declino fisico e i lunghi periodi di inattività assopiscono lentamente la sua passione per la palla a spicchi. Il mondo della pallacanestro non ricopre più un ruolo fondamentale nella sua vita, attirato sempre più da una carriera extra cestistica. Tra una seduta di riabilitazione e l’altra, infatti, John conclude il suo percorso di studi ottenendo il titolo di Juris Doctor (titolo equivalente a una laurea legge). Nella stagione 1981/82 gioca le sue ultime 39 partite da professionista, con in tasca l’abilitazione di avvocato, unico atleta fino a oggi ad aver calcato il parquet NBA con tale prestigioso titolo.
Termina cosi l’avventura cestistica di un ragazzo all’apparenza comune, un atleta a cui madre natura ha imposto discreti limiti fisici. Si ritira un uomo esempio di tenacia, serietà, grinta, orgoglio, capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo.
La sua canotta appesa a quel famoso chiodo rimarrà per sempre chiusa a chiave in un armadietto, lasciando spazio ad altri grandi successi e riconoscimenti individuali, conquistati con una tetra tunica nera e un anonimo completo da tennis: ma questa è un’altra storia…

Michele De Rosa
@tobos84

BolognaBasket.it © 2000 - 2015 Tutti i diritti riservati

Testata giornalistica riservata presso Tribunale di Bologna, decreto 8225 del 03/02/2012

e-mail: redazione@bolognabasket.it

Privacy e Cookie Policy | Sito Web realizzato da: beltenis.it | Feed RSS: