L’omelette piace. Magari con un po’ di formaggio piace anche di più. Sarà per questo che, quel giorno, qualcuno decise di lanciare un uovo addosso ad un giocatore il cui soprannome era Formaggione. Storie di fine decennio e inizio di quell’altro, quando la Fortitudo griffata Arimo – quell’anno poi con una tenuta di gioco che era un vero e proprio pigiamone – nell’estate 1989 iniziò a perdere qualche pezzo importante della panchina (Masetti e Pellacani, soprattutto) senza dei veri e propri rincalzi se non l’idea di dare spazio alla linfa verde, che peraltro veniva dallo scudettino juniores. Però l’azzardo era doppio, dato che intanto gente da quintetto avanzava di un anno (Bucci e Albertazzi), e la coppia di lunghi americani era tutta da ricostruire. Faremo una Fortitudo modello slavo, spazio ai giovani, disse Mauro Di Vincenzo, e una certa rivista satirica, all’epoca, avrebbe potuto mettere le sue parole nella rubrica del Parla come mangi e tradurle in “si fa con quel che c’è”. Arrivarono Chris McNealy, reduce da cifre pazzesche in A2, ma soprattutto Dave Feitl. Big Cheese. Formaggione.

Anomalia delle anomalie, McNealy saltava come un grillo, prendeva vagonate di rimbalzi e sarebbe stato un ottimo 5 alla Comegys, se avesse avuto qualche centimetro in più. Feitl, invece, in area non ci andava mai, o quasi. In attacco faceva robe mai viste per un presunto 5 dell’epoca, tirando uscendo dai blocchi e sparando dai 5 metri con gioia e risultati: ottimo 4, se solo avesse avuto una minima rapidità di piedi e la voglia di difendere. Che, invece, quando a minibasket era stata insegnata lo trovò, probabilmente, addormentato. Risultato: Dave andava di gran cifre (quasi 20+8, comunque decenti malgrado all’epoca i lunghi fossero alquanto produttivi), ma i dirimpettai, di solito, andavano anche meglio. Per cui la quale, quella Fortitudo – che partì con un atroce – 27 a Treviso, ma poi fece 4 vittorie su 5 – quando c’era da stringere i denti soleva prendere centelli a destra e manca. Mettendone magari anche una novantina, ma spesso inutili: Feitl e McNealy prendevano rimbalzi, segnavano, ma gli altri facevano sempre di più, e faceva strano vedere una squadra di Di Vincenzo venire così azzannata.

Era poi una squadra che faceva imbestialire, perché terminò la regular season con un record di 8-6 con le ipotetiche corazzate del campionato, ma che esalò uno 0-8 mortifero nelle sfide con quelle che dovevano essere le dirette concorrenti per i playoff. Quindi, playout senza se e senza ma, accolti – ahi – come lo furono quelli del 1987, ovvero come una specie di coincidenza sfortunata da risolvere facile facile e ripartire. Certo, come no, perché è vero che il finale di regular aveva portato a vincere il derby e permettere a Moreno Sfiligoi di raggiungere la doppia cifra (oddio, contro la famosa Irge Desio…), ma attorno si stavano spegnendo le luci, e il suddetto playout iniziò con sconfitte su sconfitte. Ultima spiaggia Fabriano, squadra che non è che avesse poi fatto tutta ‘sta A2 da panico, ma che non potè esimersi: Feitl-McNealy fecero 44+22, ma come detto chi era di fronte a loro andava anche meglio, e Solomon-Israel sbocciarono di 51+24 per un 82-102 in linea con la stagione.

Ergo, con 1-4 in bacheca, retrocessione certa e gente imbufalita. Anche troppo, perché lo striscione che campeggiò in parterre Gestiti da un ottico guidati da un cieco andava a colpire un gentiluomo come Germano Gambini che aveva avuto l’unica colpa di non averne più, e un coach come Di Vincenzo che non poteva essersi rincoglionito 365 giorni dopo il famoso derby del Grande Freddo e 730 giorni dopo il 2-0 dei playoff. Semplicemente, era finita un’epoca, e i 4000 fischianti contro una stupefatta Forlì (88-122 il finale) forse fecero di tutta l’erba un fascio, ma amen. Insulti a tutti, da Bucci (“dalla finestra vola col sangue che ti cola”) ad un figlio di San Felice come Jack Zatti, che ci mise un po’ per ricostruire il rapporto. E poi Feitl, e le sue uova.

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