La peggior Virtus dell’era recente, senza andare a scomodare quella che fece gli spareggi per non retrocedere, è ovviamente quella della stagione 2002/03, ultimo e disastroso anno della proprietà Madrigali.
Si veniva da una stagione difficile, con il famoso esonero di Messina e la ribellione del pubblico, che di fatto aveva costretto Madrigali a reintegrare l’allenatore. Finale di Eurolega persa (suicidio, potremmo dire), semifinale scudetto. Poi cambia tutto.
Arriva come GM Dado Lombardi, che Madrigali definisce onesto, virtussino e che va d’accordo con Messina, il qualer parlando in estate coi giornalisti racconta di avere in mano Anthony Parker, e di avere fatto offerte a Richard Jefferson, fresco di finale NBA e a Raja Bell.
Tutto perfetto, e infatti Messina se ne va poco dopo, direzione Treviso. Arriva Boscia Tanjevic, allora. E, dato che i vari Ginobili, Jaric, eccetera se ne sono andati pure loro, arrivano giocatori vari, alcuni di nome (Charlie Bell), altri onestamente improponibile (Attruia), e anche quel Mladen Sekularac definito il nuovo Danilovic, con più passaggo. Ed è anche più bello.
Insomma, già dalla presentazione si poteva capire che qualcosa non andava. E la fiducia della gente era totalmente sparita. Non a caso i tifosi, per la prima volta dopo una vita, disertarono in massa la campagna abbonamenti, convinti che l’unico modo per liberarsi di Madrigali fosse colpirlo economicamente. Nella seconda fase di Eurolega, a cui la V si qualifica nonostante un filotto di sconfitte a fine girone, gli abbonamenti staccati saranno una trentita, e si giocherà in un clima surreale.
La stagione è surreale: la Virtus non vince nemmeno una trasferta in tutto il campionato, esordendo con un -30 in Supercoppa a Genova (contro la Benetton) e un -35 (103-68) infrasettimanale a Fabriano, poi miseramente retrocessa.
In casa invece si partì anche decentemente, battendo anche la Treviso di Messina, grazie anche al nuovo innesto Derrick Dial.
Qualcuno dopo quella partita disse questa Virtus non è inferiore alla Benetton
E infatti… e cose vanno a sud abbastanza rapidamente, in maniera direttamente proporzionale alla mancanza di bonifici bancari sul conto corrente dei giocatori. C’è un derby in cui Pozzecco dà via 14 assist e poi fa il gesto del sigaro in faccia a Tanjevic. Via lui, arriva Bianchini. Girandola di giocatori, chi può se ne va, come Rigaudeau che va a fare la comparsa in NBA. E viene riesumato Eric Murdock, col quale Bianchini sogna di ricreare il contropiede di Boston anni ‘60.
Intanto attorno tutto precipita, con atmosfera tipo ultimi giorni di Pompei: ci sono giornalisti a cui viene tolto l’accredito e partono anche querele da parte societaria. La rissa Gagneur-Brkic con Bianchini che si mette di mezzo e si rompe il braccio per un colpo di spazzolone è la degna ciliegina su una torta avariata che più avariata non si può.
Nonostante tutto questo, la Virtus si gioca i playoff, quell’anno estesi a dodici squadre. Con anche l’ultimo acquisto, il carneade Rice, i bianconeri salgono a Biella. Primo quarto avanti, -2 a metà e -6 al 30’. C’è partita, insomma. Come no: finisce 104-69, tanto per capire che voglia c’era di fare la post-season: e fuori tra giocatori e tifosi finisce a nomi e uova, soprattutto con Koturovic, quello il cui passaporto italiano era l’ultima perla di Dado Lombardi, silurato a dicembre.
La stagione termina con le Vu Nere – per tutto l’anno senza sponsor – al penultimo posto in coabitazione. Per fortuna Fabriano è retrocessa da tempo, e il rischio di scendere di fatto non c’è mai. Non pagando però non si va da nessuna parte: dopo due mesi, si salta per aria, e la causa scatenante è il famoso lodo Becirovic.

Fabriano -Virtus
Biella – Virtus

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