La mattina del 18 dicembre 1995, molti andarono a scuola, o a lavorare, con le occhiaie figlie di una notte dove si era dormito poco e male. Motivi? D’Este, Tullio, Pisellino e, in parte, anche TelePiù. Rewind.
All’epoca, la pay-tv mandava in onda il basket come posticipo domenicale, con una partita che veniva effettivamente giocata alle 20.30 ma trasmessa, in differita, dopo il calcio. E, giocando la Fortitudo nell’hangar di Pesaro, di fatto praticamente impraticabile per i tifosi ospiti, tanti la guardarono in tv. E facendo notte fonda, terminando con dirimpettai televisivi le televendite del Taurus, del Mandingo, e di qualche reperto di Maurizia Paradiso. Pesaro, quindi, ma soprattutto le nuove regole imposte da pochi giorni nel mondo del cesto, ovvero guai a toccare l’avversario, in qualsiasi modo e maniera: handchecking quindi proibito, e naturalmente qualche problema, negli arbitri per interpretare la cosa e nei giocatori per adeguarsi, ci fu eccome.
E, al PalaPartigiani, il tutto ebbe il suo immediato, e tragicomico, riscontro. Ultima di andata, con una Fortitudo che aveva da poco reinserito Dan Gay dopo l’interregno di Mike Brown e fatto esordire il precedentemente infortunato Myers, e che viveva delle assolute magie di un Djordjevic che, prima del rientro di Carlton, da punta unica viaggiava oltre il trentello di media. Dall’altra parte, la Pesaro non più giovanissima di Costa e Magnifico, Riva e Dell’Agnello, e del folle Lloyd Daniels, oltre a Valerio Bianchini in panchina. Quella sera, in riva all’Adriatico, ci fu una di quelle gare epiche in tutto e per tutto, che non portò Bologna alla vittoria, ma che verrà ricordata per qualche cifra.

Risultato finale – 118 a 117 Pesaro
Minuti giocati – 55, per via di tre supplementari
Falli commessi – 83, 43 Bologna e 40 Pesaro
Tiri liberi tentati – 109, 60 Pesaro e 49 Bologna
Giocatori usciti per falli – 10, 6 Bologna e 4 Pesaro

Impossibile citare l’elenco di azioni decisive, se non il fatto che alla fine la Fortitudo prese la parità da Daniels, sbagliò il +2 a 10” dalla fine con Djordjevic (secondi passati in panchina, zero, minuti giocati 55), e il tap out di Blasi fu troppo energico per permettere a Sale di recuperare il pallone. Pesaro andò in attacco, e la Fortitudo solo a 3” dalla fine commise fallo, dato che evidentemente Scariolo voleva giocarsi l’ultima azione con la palla in mano. Troppo tardi: Pisellino mise il primo, sbagliò appositamente il secondo, mentre alla Effe in campo era rimasto questo quartetto: Djordjevic, Grossi, Pilutti, Barbieri. Ci sarebbe stato modo e maniera per riscattare lo smacco, visto che quell’anno, nelle diecimila sfide sulla A14 (la Coppa Italia con il famoso timeout di Bianchini, la Korac nei quarti di finale, i playoff sempre nei quarti), alla fine quando contava fu la Fortitudo a spuntarla.

E Djordjevic? Sarebbe diventato vittima di uno dei più grossi misteri del mercato bolognese, quando nell’estate 1996 iniziarono a girare voci di un suo possibile addio alla Fortitudo (da lui smentite), fino al momento in cui apparve l’obiettivamente impresentabile, almeno per un ruolo da protagonista, soprattutto dopo DJ, John Crotty. Questo mentre attorno le spiegazioni andavano spesso nel gossip, e lui – dopo una apparizione NBA a Portland – andò a far la fortuna di Barcellona e Real Madrid (vi pago io l’abbonamento al Barcellona, protestò Seragnoli davanti alle vedove di Sale), prima di chiudere la carriera in Italia, prima a Pesaro e poi a Milano. Lasciando come ultima partita proprio nel giorno del Serpentaro.

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