Nella storia recente della Virtus se si pensa al termine “promessa non mantenuta” è difficile non associarlo ad Arijan Komazec. Ed anche “talento sprecato” rende bene l’idea.
Per capire la situazione bisogna inquadrare bene il momento storico. E’ l’estate 1995, la Virtus in Italia è una leggenda, ha appena vinto il terzo scudetto consecutivo – e più nessuno ci riuscirà poi, prima della Siena schiacciasassi degli ultimi anni – e ha appena perso Sasha Danilovic, idolo dei tifosi e artefice principale di quei tre tricolori. La rondine coi jeans ha lasciato Bologna per tentare la carta NBA, e c’è la necessità di sostituirlo.
La Virtus all’epoca è la squadra migliore. Non si bada a spese, e serve il giocatore migliore. E alla notizia della firma di Arijan Komazec, molti (compreso chi vi scrive), pensavano di averlo trovato. Il croato infatti a Varese era semplicemente spaventoso: 33 punti di media, quasi il 70% da due e soprattutto una grande leadership, mostrata anche nelle partite contro la Virtus, dove volavano dei quarantelli spesso e volentieri.
Così, anche se l’eredità era di quelle pesantissime, si pensava che Komazec avesse le spalle larghe a sufficienza per farcela a indossare il gravoso numero 5, e gratificato con un sontuoso biennale.
E l’inizio fu anche buono, anzi ottimo. 9 vinte nelle prime 11, con Komazec che segnava da ogni dove, mettendone anche 51 contro Trieste, prestazione balistica clamorosa da 17/20 da due, che resta la seconda ogni epoca per un giocatore della Virtus dopo i 59 di Calebotta del 1956.
Il nuovo Danilovic, quindi? Purtroppo, nemmeno per idea.
L’infortunio a Orlando Woolridge distrusse tutti i piani di Alberto Bucci. Da lì in poi qualcosa si ruppe, anche se tornò Moretti e arrivò un ottimo sostituto come Bonner. E Komazec si dimostrò inadatto al ruolo di leader. Proprio nel momento di maggiore necessità, quando si doveva caricare la squadra sulle spalle, divenne ondivago, alternando buone prestazioni a prove anonime, e la squadra iniziò piano piano a soffrire.
In Eurolega andò male, con i famosi 63 punti di Arlauckas al PalaDozza a far capire bene che non era decisamente il momento. E col ritorno di Woolrigde le cose peggiorarono, dato che il problema di abbondanza – due stranieri per tre posti – mandò in tilt equilibri già abbastanza fragili. Bucci avrebbe voluto tagliare proprio Komazec, ma con quel contratto era impossibile. E allora si tornò all’assetto originale, con Komazec e Woolrigde. Ma il giochino si era rotto, e nonostante il primo posto in regular season la Milano di Bodiroga e Blackman in semifinale fu corsara a Bologna, guadagnandosi l’accesso alla finale e al successivo scudetto. Per la Virtus prima stagione a becco asciutto da anni, ed enorme delusione.
E Komazec? In estate la Virtus provò a fare carte false per liberarsene, ma non ci fu niente da fare. Ancora una volta il suo contratto principesco fu un ostacolo. E così si ripartì con lui anche nel primo anno dopo la sentenza Bosman, in cui il numero di stranieri crebbe e si videro i primi comunitari (Prelevic, Patavoukas e Galilea, subito rotto). Per il croato stagione in tono minore, senza fiducia, condita dalla decisione di operarsi alle caviglie poco prima della fine della regular season e della Coppa Italia. La società non gradì, e da lì fu rottura totale, con la Virtus e coi tifosi. Dopo la vittoria in Coppa Italia, quando un Komazec in borghese alzò il trofeo, qualcuno infatti andò a dirgli qualcosa del tipo tu non sei degno di sollevarla. E lì – di fatto – finì tutto, perchè le ultime apparizioni in campionato, mentre la Virtus veniva presa a ceffoni dalla Fortitudo.
Un talento immenso, mai espresso del tutto. Per i tifosi virtussini, una delle delusioni più brucianti.

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