Può sembrare strano in un’epoca di A canestro con IGD e Fai la spesa con la Coop, ma per lunghi anni era quasi impossibile trovare un biglietto per andare a vedere la Virtus, per non parlare poi di sottoscrivere un abbonamento.
Erano gli anni ‘80 e ‘90, decisamente un’altra epoca. La Virtus era vincente ma non sempre, tanto che passarono nove anni (1984-1993) tra uno scudetto e l’altro, con in mezzo una Coppa Italia e una Coppa delle Coppe.
Fatto sta che - vittorie o no - l’avvocato Porelli era riuscito a creare un sistema che funzionava perfettamente, e che si alimentava da solo. Si giocava nell’allora Madison di Piazza Azzarita, e i posti erano quelli, 5000 o poco più. La campagna abbonamenti, a prezzi da paura, veniva lanciata prestissimo e quella corposa e anticipata iniezione di liquidi serviva tantissimo alle casse societarie.
L’abbonamento alla Virtus era diventato nel tempo qualcosa di simile a quello al Teatro Comunale di Bologna: uno status symbol. Il diritto a rinnovare veniva letteralmente passato di padre in figlio, e per i pochissimi posti “nuovi” che ogni anno venivano venduti si formava una coda notturna di aspiranti abbonati. Una cosa impensabile a oggi, che si è rivista solo nel 2002, per ottenere i biglietti delle Final Four di Eurolega di Casalecchio.
Il tutto ovviamente aveva lati positivi e negativi: quelli positivi erano soprattutto per la società - che poteva contare su un introito certo già a luglio. Il lato negativo era lo scarsissimo ricambio (mummie dicevano i detrattori, ma erano mummie lautamente paganti) e soprattutto il fatto che per avvicinarsi alla Virtus un ragazzo o comunque un appassionato dovesse fare i salti mortali.
A parte le vie canoniche, vi erano vari sistemi non esattamente legali, che però sottotraccia funzionavano eccome. C’era il bagarinaggio: abbonati che per le partite meno importanti prestavano il prezioso tagliando ad altri - dietro compenso di almeno 50mila lire, cosa successa più volte a chi vi scrive - oppure c’era addirittura chi entrava da una finestra ben specifica, che sbucava in certi bagni, tradizione negli anni si era consolidata. E anche il custode - si vocifera - ogni tanto faceva passare qualcuno.
C’erano anche non pochi virtussini che - con la Fortitudo in serie A - facevano l’abbonamento ai cugini per avere la certezza di vedere almeno un derby.
E proprio per i derby - soprattutto negli anni ‘90, con entrambe le squadre ad alto livello, la fantasia si accendeva e gli stratagemmi aumentavano: nel 1995 abbiamo visto tifosi Fortitudo offrire fino a 200mila lire per un abbonamento Virtus, e non pochi accettarono. Cazzola non la prese bene: fece segnare dalle maschere i nomi sugli abbonamenti V di quelli entrati con la sciarpa Fortitudo, e l’anno dopo non rinnovò loro l’abbonamento. Viceversa, per un derby in casa Effe i tifosi bianconeri fecero stampare dei perfetti abbonamenti Fortitudo falsi, ma poi la voce si sparse e con la polizia in allerta alla fine non furono utilizzati per timore di guai giudiziari.
Il tutto sarebbe ripetibile oggi? Probabilmente no. Nessuno se ne accorse, ma l’inizio della fine fu il trasferimento a Casalecchio, in quello che allora si chiamava Polo Sport. Essendoci molti più posti all’inizio gli abbonati aumentarono, e per i derby era sempre impossibile o quasi trovare un tagliando. Cazzola fece anche una sorta di referendum tra i tifosi, per sapere qualche palazzo preferivano, ma alla fine - a parte un anno - la Virtus restò sempre a Casalecchio. E piano piano, lentamente, cominciò l’erosione. Visto che i biglietti - derby a parte - si trovavano più o meno sempre, magari passando dai gruppi organizzati, prima qualcuno poi parecchi non rinnovarono l’abbonamento. Un fiumiciattolo, che divenne grande come le cascate del Niagara nel 2002/03, dopo il primo disastro Madrigali - l’esonero di Messina - e subito prima del secondo, la revoca dell’affilazione, ma lì fu anche e soprattutto un gesto simbolico, con la gente che decise di smettere di finanziare colui che stava distruggendo la Virtus.
Il resto è storia della “nostra era”.

 

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